«A cosa serve studiare, se tanto non lo userò mai?» Una frase del genere non significa necessariamente pigrizia o disinteresse per la scuola. Può darsi che il bambino sia stanco, non capisca la materia, non riesca a vedere i propri progressi o senta di non avere alcun controllo sullo studio. Rispondere soltanto «perché devi» può portarlo a finire il compito, ma non risolve il dubbio sul suo significato.
È più utile capire prima che cosa si nasconde, in quel momento, dietro la perdita di motivazione. La stessa frase può avere cause diverse e richiedere risposte differenti.
Prima di tutto, capite che cosa intende per “inutile”
Quando un bambino dice che studiare non serve, non sta necessariamente parlando del futuro o del lavoro. Potrebbe voler dire «non capisco», «è troppo», «non so da dove cominciare» oppure «non mi sembra di migliorare».
Invece di cercare subito di convincerlo, provate con una domanda breve: «Che cosa ti sembra inutile o ti dà più fastidio?». La risposta può aiutarvi a capire se il problema riguarda la materia, il modo di studiare o il suo stato d’animo in quel momento.
| Che cosa dice o fa il bambino | Possibile problema | Una risposta più utile |
|---|---|---|
| «Non mi servirà mai.» | Non vede il significato o i collegamenti | Mostrategli un’applicazione concreta o una competenza più ampia che sta esercitando |
| «Tanto non ci riesco.» | Non percepisce i progressi | Suddividete il compito in un passaggio più piccolo e mostrategli che cosa sa già fare |
| «Non mi interessa.» | Gli mancano possibilità di scelta o interesse | Offritegli di scegliere il metodo, l’ordine o la forma dello studio |
| «Non so da dove cominciare.» | Il compito è troppo ampio o poco chiaro | Aiutatelo a individuare il primo passo concreto |
| Rimanda anche un compito semplice | Potrebbe essere stanco o sovraccarico | Verificate prima se il problema riguarda le energie o la quantità di impegni |
Se non ne vede il senso, non puntate solo sul futuro
Dire «un giorno ti servirà» può sembrare logico a un adulto, ma per un bambino il futuro è lontano e astratto. Soprattutto i più piccoli hanno bisogno di cogliere un legame con qualcosa che conoscono e vivono già oggi.
Con la matematica, potete fare esempi legati alla divisione del denaro, a una ricetta o al confronto dei prezzi. Con una lingua, può essere utile lavorare su un testo, sui sottotitoli, su un messaggio o su un gioco. Per le scienze, può funzionare una domanda che nasce dalla vita di tutti i giorni. Non occorre dimostrare che il bambino userà direttamente ogni argomento. A volte è più onesto ammettere che forse non gli capiterà mai di applicare quel fatto specifico, ma che studiare allena anche a gestire le informazioni, essere precisi, ricordare e risolvere problemi.
Evitate, però, gli esempi forzati. Se il bambino si accorge subito che il collegamento con la realtà è artificioso, l’argomento perde credibilità.
Se non vede i progressi, riducete l’obiettivo
La motivazione può venire meno anche quando il bambino si impegna, ma non riesce a vedere i risultati. Un obiettivo ampio come «studia tutto il capitolo» non dà un riscontro immediato su ciò che è già riuscito a fare.
Aiutatelo quindi a suddividere il compito in passaggi più piccoli. Per esempio:
- Capire la consegna: che cosa deve sapere o realizzare, esattamente?
- Scegliere una parte: per esempio cinque parole o due esercizi.
- Verificare la comprensione: il bambino prova a spiegare l’argomento con parole sue.
- Proseguire solo dopo: si passa alla parte successiva dopo una breve verifica dei progressi.
In questo modo può accorgersi che qualcosa sta cambiando prima ancora di prendere un voto o affrontare una verifica.
Se gli manca la possibilità di scegliere, lasciategli decidere dove si può
A scuola non si può scegliere tutto. Il bambino non sempre può decidere se studiare le tabelline, la grammatica o un determinato capitolo. Questo, però, non significa che non possa avere alcun controllo sul modo in cui studia.
Potete offrirgli due alternative: cominciare leggendo o facendo esercizi, ripetere a voce o scrivere, usare delle schede o fare un breve quiz, iniziare dalla parte più semplice o da quella più difficile. Con i ragazzi più grandi, potete lasciare che siano loro a organizzare i tempi, se sono in grado di rispettarli.
La possibilità di scegliere funziona meglio entro limiti chiari. «Non devi studiare» non è la stessa cosa di «scegli come affrontare questo impegno».
Se il compito è troppo difficile, la motivazione non basta
A volte il bambino non vuole continuare perché non sa come fare. In quel momento non servono né un premio né una lunga spiegazione sull’importanza dello studio. Prima bisogna capire dove si è bloccato.
Provate con domande precise: «Quale parte ti è ancora chiara?» oppure «A quale passaggio ti sei perso?». Se il bambino riesce a individuare il confine tra ciò che ha capito e ciò che non ha capito, sarà più facile aiutarlo in modo mirato.
Può bastare un piccolo suggerimento. In altri casi occorre riprendere un argomento precedente o chiedere una spiegazione all’insegnante. Se mancano le basi necessarie, la difficoltà del compito non è un problema di motivazione.
Usate i premi con cautela
Un premio può aiutare, nel breve periodo, a portare a termine un compito sgradito. Il problema nasce quando diventa il motivo principale per cui il bambino studia. L’attenzione rischia allora di spostarsi da «che cosa ho imparato?» a «che cosa riceverò in cambio?».
Questo non significa che un complimento o un piccolo premio siano sempre sbagliati. Conta che cosa mettete in evidenza. Invece di dire «hai preso un bel voto, bravissimo», potete descrivere il comportamento: «Ho visto che sei tornato su quell’esercizio e hai provato un altro metodo».
Un riscontro di questo tipo aiuta il bambino a capire quale comportamento gli ha permesso di fare progressi.
I complimenti siano specifici, non automatici
Un generico «sei bravo» può fare piacere, ma non spiega che cosa il bambino abbia fatto bene. È più utile indicare un comportamento osservabile: ha preparato il materiale, ha suddiviso il compito, ha chiesto chiarimenti o ha ripreso a lavorare dopo aver sbagliato.
Ecco alcuni esempi di riscontri concreti:
- Per la perseveranza: «Il primo metodo non ha funzionato, ma ne hai provato un altro.»
- Per l’autonomia: «Prima hai letto la consegna e poi hai chiesto aiuto.»
- Per la pianificazione: «Hai diviso lo studio in due parti e le hai completate entrambe.»
- Per la creatività: «Hai trovato un modo per ricordarlo usando parole tue.»
Frasi di questo tipo possono aiutare il bambino a capire che il risultato non è arrivato per caso.
Con un adolescente, il dialogo conta più delle prediche
Un adolescente può respingere rapidamente una spiegazione che gli sembra una lezione. Se dice di ritenere inutile una materia, provate prima ad ascoltare le sue ragioni.
Potete chiedergli: «Che cosa renderebbe questa cosa più sopportabile?» oppure «Quale parte vorresti riuscire a fare almeno per togliertela di torno?». L’obiettivo non deve essere convincerlo ad amare la materia. A volte è più realistico trovare un modo per rispettare l’impegno senza trasformarlo in uno scontro.
Potete anche lasciare spazio agli ambiti che l’adolescente ha scelto per conto proprio. Se ha la possibilità di coltivare almeno alcuni dei suoi interessi, lo studio obbligatorio non deve diventare l’unico elemento del suo rapporto con l’apprendimento.
Non trasformate ogni momento di studio in un gioco
Metodi alternativi, giochi, esperimenti o attività creative possono rendere lo studio più piacevole. Tuttavia, non è possibile trasformare ogni impegno in un’attività divertente, e non è necessario farlo.
Il bambino deve imparare gradualmente anche che alcune cose utili sono noiose, ripetitive o richiedono concentrazione senza una ricompensa immediata. L’obiettivo ragionevole non è «studiare deve essere sempre divertente», ma il bambino deve sapere perché svolge un compito e come portarlo a termine.
Distinguete la svogliatezza da una difficoltà persistente
Capita a tutti i bambini di non aver voglia di studiare. Una singola volta in cui si oppongono ai compiti non indica necessariamente un problema più serio. È però opportuno prestare attenzione se il bambino perde interesse a lungo verso gran parte dello studio, si sente ripetutamente incapace, ha molta paura di sbagliare o vive una forte tensione in relazione agli impegni scolastici.
In questi casi può essere utile considerare il quadro nel suo insieme: la difficoltà degli argomenti, la quantità degli impegni, i rapporti a scuola e la chiarezza delle aspettative. Se il sostegno a casa non basta, può essere opportuno parlare con l’insegnante o con un altro professionista adatto alla situazione specifica.
Scegliete un breve dialogo al posto di una predica
La prossima volta che sentite «a cosa serve studiare?», non dovete avere pronta la risposta perfetta. Può bastare una breve conversazione in quattro passaggi:
- Individuate il motivo: «Che cosa ti dà più fastidio, adesso?»
- Definite il problema: riguarda il significato, la difficoltà, la stanchezza, la noia o l’incertezza?
- Scegliete un cambiamento: un passaggio più piccolo, un metodo diverso, una breve pausa, un esempio concreto o un aiuto.
- Riprendete il risultato una volta finito: «Che cosa ti ha aiutato oggi più della volta scorsa?»
Così il bambino non impara soltanto a portare a termine un singolo compito. Comincia anche a riconoscere che cosa lo frena nello studio e che cosa può aiutarlo a continuare. Questa capacità può essergli più utile, nel tempo, di un argomento convincente sull’importanza della scuola.